Perché dovremmo aiutare le piccole imprese e nazionalizzare le grandi imprese

Si stima che entro il 2020 il rapporto deficit/pil italiano toccherà il 155%, quasi una catastrofe dei conti pubblici e dell’economia reale. Non sappiamo quando il virus cesserà di tenerci con il cappio al collo, ma già si parla di sacrifici ed è certo che dovremo farne di molti pur di tenere la barca a galla e portare il Paese a navigare in acque più sicure.

Quando si parla di aiuti alle famiglie ci si riferisce, quasi esclusivamente, alle modalità di tenere le persone in una situazione di possibilità a consumare e a far girare l’economia, come se il fattore consumo sia più importante di quello della dignità umana dei lavoratori e delle lavoratrici di questo Paese. Se il Def (Documento di economia e finanza) prevede già per quest’anno mezzo milione di disoccupati, pochi si preoccupano di capire che quel numero è fatto da persone in carne ed ossa che, ben prima di essere consumatori e stimolatori dell’economia, sono innanzitutto esseri umani, con le loro speranze e aspirazioni.

Ministro all’Economia, Roberto Gualtieri

ci si affatica a trovare 600 euro per un professionista o un artigiano, ma già si prevedono fondi e garanzie enormi per i grandi interessi e gruppi industriali

Il limite del debito italiano

Molti sono dell’avviso che lo Stato dovrà intervenire, come già in parte ha fatto, per garantire a tutti di alleviare i danni causati dalla pandemia covid-19 e rimettere in moto l’economia di lavoratori e imprese. Proprio durante la caduta del divieto di intervento pubblico nell’economia, la Germania ha investito 800 miliardi di euro di finanziamenti alle imprese e in Francia 300 miliardi. Noi però non siamo in grado di aumentare il limite di indebitamento oltre il nostro limite fisiologico, dato dallo stato di precarietà perenne dei nostri conti pubblici e dato il sempre più fastidioso intervento delle agenzie di rating internazionali (Moody’s, Fitch ecc.). Sembra cioè che lo Stato debba scegliere chi salvare e gli industriali del nostro Paese non hanno dubbi: lo stato dovrebbe salvare innanzitutto le grandi imprese che, a loro modo di vedere, sono l’unico vero motore di questo Paese. Così ci si affatica a trovare 600 euro per un professionista o un artigiano, ma già si prevedono fondi e garanzie enormi per i grandi interessi e gruppi industriali. D’altronde si sa: lo Stato è paternalista solo se aiuta famiglie e lavoratori e diventa d’intralcio solo se interviene nel libero mercato.

Come può intervenire lo Stato

Ma un dato importante, da non sottovalutare, è la salute intrinseca di alcune nostre imprese (vedi Alitalia ad esempio) dove un finanziamento a fondo perso potrebbe significare “perso del tutto” e dove, a volte, potrebbe significare maggiori dividendi per pochi azionisti e nuovi tagli ai posti di lavoro e alla struttura dell’azienda. L’intervento dello Stato, come nella tradizione keynesiana, non è certo una cattiva idea, anzi, ma che si facciano di doverosi distinguo tra le piccole aziende realmente in crisi e le grandi aziende che non aspettano altro di attingere, per l’ennesima volta, dal portafoglio dello Stato. Il caso di Cairo è stato dibatutto in un altro articolo in questa testata: l’azienda si lamentava del fatto che il Corriere della Sera e la Gazzetta dello Sport avevano prodotto un profitto di “soli” 68 milioni di euro nel 2019 e che quindi avrebbero pre-pensionato alcuni giornalisti che sarebbero stati quindi trasferiti al libro paga dello Stato.

Nazionalizzare le grandi imprese in difficoltà?

Ma la crisi portata in patria dal Coronavirus sarà di altra portata, dicono. Se lo Stato interviene per salvare un’impresa deve farlo per salvare tutta l’impresa, compresi i suoi lavoratori, i suoi stabilimenti e la sua forza produttiva. In un Paese che sopravvive soprattutto grazie alle piccole imprese, agli artigiani, agli autonomi e ai singoli lavoratori (anche quelli in smart working), ci si aspetta che si intervenga presto e bene per salvare soprattutto questo tessuto produttivo, sparso e frammentato su tutto il territorio. Se invece si interviene per salvare i dividendi dei grandi manager e azionisti (come qualcuno prevede di fare), allora, visto che i soldi sono dello Stato, cioè di tutti i contribuenti italiani, forse sarebbe meglio attuare una seria politica di nazionalizzazione, dove i dividendi siano pubblici come i fondi che vengono spesi.