Dagli Usa all’Italia: se la rivolta dei neri scoppiasse qui.

Come ha sostenuto Martin Luther King “la violenza è il linguaggio degli oppressi”. Ciò che sta accadendo in queste ore nel cuore degli Stati Uniti, a seguito dell’omicidio dell’afroamericano George Floyd, è un aumento esponenziale di proteste violente che stanno propagando a macchia d’olio tra i settori meno rappresentati della popolazione americana. Le immagini in mondovisione delle fiamme appiccate a edifici pubblici e automobili della polizia sono soltanto uno degli elementi che radicalizzano le lotte per i diritti delle fasce della popolazione nera, tra le più emarginate dell’intero continente.

Momenti di rivolta a Minneapolis (Usa) – (Foto di Kerem Yucel, da Getty Images)

Non solo Minneapolis, dove è avvenuto il barbaro assassinio di Floyd, ma anche Oakland, Detroit e così in altre decine di città negli Stati Uniti. Quello che stiamo notando è la crisi economica sta colpendo velocemente un po’ tutta la classe più povera statunitense, senza distinzione di etnia. Stiamo assistendo ad un allargamento di quella protesta, seppur parziale, a componenti sociali diverse, che stanno unendo la lotta per i diritti dei neri alle lotte di eguaglianza sociale più generale.

La violenza è il linguaggio degli oppressi.

Martin Luther King

Negli Usa due fenomeni, solo apparentemente distanti fra loro, stanno collidendo e creando le condizioni per gli atti di rivolta che stiamo osservando in questi giorni. Gli Stati Uniti sono a tutti gli effetti una società “razzializzata”, dove bianchi e neri non godono degli stessi diritti effettivi, dove città intere sono abitate da neri e dove la polizia è tutta bianca, o quasi. Negli Usa la forma di razzismo – ancora ben consolidata – ha una genesi storica dovuta alla disumanizzazione degli schiavi, ridotti a merce di scambio e a manodopera utile. Dall’altra parte la società è iper-frammentata. Non solo le classi sociali, ma categorie che dividono ulteriormente gli uomini e le donne all’interno della stessa classe sociale: neri e provenienza dei neri, comunità etniche diverse, ricchi, meno ricchi, poveri, molto poveri. È sempre più probabile che, in questa asimmetria, si trovino le condizioni comuni per unire fasce emarginate della popolazione senza alcuna rappresentanza. E se si tratta di bisogno reale rappresentanza, sarà solo parte della politica che potrà farsi rappresentante di quelle richieste e convogliare le proteste verso un unico fine: il miglioramento delle condizioni umane di tutti, il rispetto dei diritti universali e una redistribuzione delle ricchezze.

Trump non ha nemmeno escluso l’uso dei militari, come dire “stiamo a vedere chi la vince”

Sin dalla campagna elettorale di Trump, prima della sua elezione a Presidente degli Stati Uniti, le parole e i toni usati sono stati sempre calibrati al fine di aumentare l’odio interetnico: aveva perfino puntato il dito sui pericoli che un uomo bianco potesse correre se si fosse trovato nel bel mezzo di un ghetto afroamericano. La promessa del muro anti-immigrazione pensato al confine del Messico ha probabilmente dato manforte alle posizioni suprematiste bianche di alcuni movimenti di estrema destra armati fino ai denti, che in passato hanno organizzato delle vere e proprie “cacce all’uomo nero”. Ora che l’unica arma per placare le proteste potrebbe essere quella di gettare acqua sul fuoco, Trump continua a sbandierare il vessillo dell’odio e twitta con il solito sarcasmo (se non addirittura cattiveria): “il sindaco di Minneapolis Jacob Frey [eletto democratico, ndr] non sarà mai scambiato per i generali McArthur o Patton, siate duri, combattete e arrestate i cattivi”.

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump davanti alla St. John’s Church di Washington, DC. (AP Photo/Patrick Semansky)

I cattivi sarebbero i rivoltosi, gli afroamericani, i difensori dei diritti civili, i protagonisti del disordine che stanno incendiando l’America. Trump non ha nemmeno escluso l’uso dei militari, come dire “stiamo a vedere chi la vince”.

Non a caso il sindacato americano, cercando di superare le divisioni “razziali” che limitano la coesione sociale nelle lotte, ha coniato lo slogan “balck and white, unite and fight”.

Trump non fa altro che radicalizzare lo scontro, aizzando l’opinione pubblica contro lo straniero, al fine di aumentare i consensi in quella fetta di popolazione ormai definitivamente povera ed emarginata, che vede il nero come un concorrente. Insomma, come farebbe più o meno un Salvini qualunque qui da noi. Ma se la protesta di Minneapolis (e ormai di tutti gli Usa) fosse in grado di unirsi a lotte diverse, ma con lo stesso obiettivo di affrancamento delle classi emarginate e povere, allora sarebbero grossi guai per Trump. Non a caso il sindacato americano, cercando di superare le divisioni “razziali” che limitano la coesione sociale nelle lotte, ha coniato lo slogan “balck and white, unite and fight”.

il razzismo nostrano è più incline alle forme xenofobe, più che razziste in sé: non si crede (almeno non tutti) che lo straniero sia inferiore, ma che lo straniero piuttosto sia un pericolo.

Qui da noi le cose viaggiano in modo diverso. La protesta di Minneapolis e quella forma violenta di protesta, che vede lentamente allargare la platea di scontenti che appoggiano le contestazioni degli afro-americani, difficilmente la vedremo in Italia, almeno in una prima fase. Per prima cosa il razzismo nostrano è più incline alle forme xenofobe, più che razziste in sé: non si crede (almeno non tutti) che lo straniero sia inferiore, ma che lo straniero piuttosto sia un pericolo. Questo anche perché il fenomeno delle immigrazioni in Italia è piuttosto recente (diverso invece è negli Usa, dove il fenomeno ha quasi duecento anni alle spalle) e non ha avuto ancora il tempo di consolidarsi e “fermentare” nella cultura italiota.

In Italia, così come in Francia, le persone hanno accettato le limitazioni alla libertà di spostamento e di assembramento al fine di tutelare la propria salute dal codiv-19

Ci sono altre sostanziali differenze, non solo nelle diverse sfumature di rivendicazioni (negli Usa sono fortissime le richieste da parte della numerosissima comunità afroamericana, ancora ghettizzata e bistrattata), ma anche per la cultura di lotta sui temi sociali ed economici che – a chi ha una visione Europa-centrica parrebbe strana – negli Stati Uniti è molto sentita e organizzata. E non c’è virus che tenga. In Italia, così come in Francia, le persone hanno accettato le limitazioni alla libertà di spostamento e di assembramento al fine di tutelare la propria salute dal codiv-19: i gilet gialli, ad esempio, hanno così temporaneamente sospeso le proteste. In altre parole, il senso di protezione può vincere sul senso di oppressione. Almeno fino a quando il virus rimarrà una minaccia tangibile e fino a quando le risorse economiche messe in campo per la cassa integrazione o per i finanziamenti alle piccole imprese (soprattutto artigianali) riusciranno a tamponare la propagazione di nuove manifestazioni di protesta.

a Roma piccole avvisaglie sono arrivate dal movimento neo-fascista di Casapound, mentre a Milano sale sul palco Antonio Pappalardo, ex-comandante dei Carabinieri

Un’altra grande differenza è che l’attuale protesta di Minneapolis non è organizzata verticisticamente, mentre in Italia i movimenti tendono ad essere organizzati da un corpo decisionale che sta in alto e che guida il dissenso. Se negli Usa dovesse invertirsi la tendenza, probabilmente sarebbe l’inizio di una vera e propria “rivoluzione”. In questi giorni abbiamo osservato abbozzi di protesta politica in varie città italiane. Ad esempio, a Roma piccole avvisaglie sono arrivate dal movimento neo-fascista di Casapound, mentre a Milano sale sul palco Antonio Pappalardo, ex-comandante dei Carabinieri, ex-parlamentare del Psdi (tra i partiti più corrotti della storia della Repubblica), già a processo per vilipendio al Capo dello Stato.

Antonio Pappalardo in Piazza Duomo a Milano – foto da adn kronos

Il sig. Pappalardo, tanto per darne un quadro non esaustivo, si è auto-proclamato leader dei gilet arancioni, quasi a voler ereditare la protesta di quelli gialli francesi e a riprendere quella dei forconi italiani che venne alla luce nel 2011 e finì dopo pochi mesi alle porte delle festività natalizie.

Così quel terreno arido, accuratamente preparato dagli slogan colmi d’odio di Salvini e Meloni (in questi giorni in piazza assieme) potrà trasformasi in humus fertile per rivolte e proteste di tipo eversivo.

Sono le prime e piccole prove di rivolta eversiva, sparse in tutta Italia, che avranno forse il maggior spazio mediatico tra qualche mese, proprio all’apice di un malcontento popolare che ormai è alle porte. Assisteremo forse ad un autunno bollente, nel quale verranno alla luce le contraddizioni insite nel nostro sistema sociale. In questo quadro non è escluso che le ragioni politiche di pochi leader cercheranno di incanalare il malcontento sociale verso nuove forme organizzate di movimenti di destra, neo-fascisti e di stampo razzista. Così quel terreno arido, accuratamente preparato dagli slogan colmi d’odio di Salvini e Meloni (in questi giorni in piazza assieme) potrà trasformasi in humus fertile per rivolte e proteste di tipo eversivo.

Salvini e Meloni in una manifestazione 2 Giugno Roma – Foto Corriere

Se quanto accaduto a Minneapolis nei giorni scorsi fosse accaduto qui in Italia, con le sue evidenti differenze sociali e politiche, quali potrebbero essere allora gli sviluppi? Quali potrebbero essere le reazioni politiche e il sentimento dell’opinione pubblica? Gli eventi da considerare sarebbero almeno due: il primo l’omicidio volontario ed efferato ai danni di un uomo di colore, il secondo la nascita di un movimento composto da diverse comunità etniche che portano avanti una protesta violenta. Nel primo caso vedremmo un primo schieramento di opinione pubblica che si indignerebbe contro l’accaduto e porterebbe avanti brevi momenti di protesta – per lo più pacifica – in appoggio alle rivendicazioni in tema di diritti delle comunità straniere. Così accadde a Rosarno , in Calabria nel 2018, dopo l’uccisione del ventinovenne Sacko Soumayla, originario de Mali, attivista sindacale da sempre in lotta contro le condizioni disumane alle quali sono costretti da anni molti immigrati che lavorano nei campi e non solo.

Foto scattata durante la rivolta di Rosarno – vita

Se una rivolta degli immigrati scoppiasse in Italia

E se invece dovesse, anche a seguito dell’ipotetico omicidio, scoppiare una rivolta violenta delle comunità di immigrati, qui da noi in Italia, che succederebbe? Per cominciare, il panorama politico sarebbe del tutto diverso. Quei movimenti pacifici di denuncia dell’omicidio non prenderebbero parte ad uno scontro violento e, dalla parte opposta, vedremmo aumentare il senso di opposizione – anche violenta ed eversiva – contro le comunità di immigrati che si “sarebbero prese il lusso di rivoltarsi in un Paese che non è il loro d’origine”. Il tutto aggravato dalla rabbia covata – e non sfogata – dovuta alla pesante crisi economica che farà da ingrediente principale. Qualcosa di simile lo abbiamo visto nel 2010, sempre in Calabria, quando vi fu una rivolta di immigrati a seguito del ferimento di un compagno di lavoro, colpito “per gioco” con un fucile ad aria compressa. La rivolta mosse l’indignazione di una parte dell’opinione pubblica, non tanto scandalizzata dal ferimento dell’uomo, quanto indignata dalla successiva protesta degli immigrati.

sposterà il baricentro delle proteste a destra e concentrerà il consenso verso chi usa la xenofobia come arma per aumentare il proprio seguito

Se accadesse oggi, nel bel mezzo di una potente crisi economica, si scatenerebbe, contro gli immigrati, una massiccia campagna di screditamento da parte dei grandi partiti politici come Lega e Fratelli d’Italia (e non solo), che accorrerebbero pur di raccimolare nuovi elettori, sperando di catalizzare nuovo consenso. La paura dell’immigrato (o anche la paura del povero – anche detta “aporofobia”), in una possibile condizione futura di aumento della povertà generale della popolazione italiana, in un contesto culturale medio-basso che vede lo straniero come “competitor” e non come alleato, sposterà il baricentro delle proteste a destra e concentrerà il consenso verso chi usa la xenofobia come arma per aumentare il proprio seguito.

I piccoli gruppi eversivi, razzisti e neo-fascisti si sentirebbero ulteriormente legittimati ad alzare il livello dello scontro e i partiti più a sinistra, così anche i movimenti più moderati, contesterebbero le “modalità violente” di tutti gli attori in piazza, lavandosene le mani senza rischiare di perdere fette di elettorato moderato. Così si lascerebbe la piazza a quella parte della società – populista e xenofoba di destra – che vede lo straniero come una minaccia all’ordine e alla sicurezza e che specula sulle preoccupazioni e le incertezze cresciute in questa fase di crisi sociale ed economica.

Anteporre alla violenza neo-fascista, la “violenza di liberazione” e all’unità della classe di tutti i lavoratori, anche quelli immigrati.

In questo quadro assai cupo che potrebbe delinearsi è necessario, fin da ora, costruire un’alternativa alle posizioni ideologiche della destra populista e neo-fascista che, in Italia come altrove, è pronta a sfruttare l’emotività e la rabbia sociale, creando un nemico per trasformarlo nel nemico assoluto, contro il quale sono capaci di muoversi le pulsioni più disumane e crudeli dell’essere umano. Un’alternativa può essere tale e credibile se antepone alla violenza neo-fascista, la “violenza di liberazione” e all’unità della classe di tutti i lavoratori (anche quelli immigrati), nell’unità delle forze sociali e politiche, al fine di porre le prime basi per una società di eguali che liberi la società della cattiveria e della discriminazione.