Ecco come vogliono uccidere l’Università pubblica

L’Italia è un Paese ancora legato, in diversi punti, alla variegata esperienza pubblica e statale degli scorsi anni, a partire dall’Unità d’Italia e fino agli anni ’90 dello scorso secolo. L’Istruzione pubblica è sempre stato uno dei principali perni del sistema pubblico. Un sistema che è iniziato con la Legge Casati del 1861, che ha voluto dare un’impostazione statale e pubblica all’istruzione nazionale, dalle elementari all’università, togliendo l’istruzione dalle mani della Chiesa e dei privati, combattuti in ogni modo per evitare che le menti dei giovani e dei giovanissimi venissero condizionate da “enti esterni”, nell’ottica di voler “fare gli italiani”. L’idea era anche quella di creare una classe borghese-moderata nazionale, fino ad allora solo appannaggio del Piemonte, ma che diventava necessario estenderla a tutta la nazione.

Le aziende e gli istituti bancari sono stati incoronati come salvatori dell’Istruzione e della Patria.

Una vera e propria tradizione che è andata lentamente, pezzo per pezzo, scemando con la stagione di privatizzazioni forzate iniziate negli anni 90. Nonostante il legame con il pubblico fosse così forte – tanto da essere utili diversi anni per erodere questo sistema, ancora adesso in gran parte statale – grandi e piccoli privati si sono completamente imposti come principale interlocutore dell’istruzione pubblica. Grazie a fondi e ampi spazi di manovra, la possibilità “quasi unica” di garantire quel ponte di collegamento tra scuola e mondo del lavoro è stato pian piano messo nelle mani dei privati. Le aziende e gli istituti bancari sono stati incoronati come salvatori dell’Istruzione e della Patria.

Il panorama dei rapporti tra pubblico e privato nell’Istruzione pubblica obbligatoria sono più semplici: i legami sono più diretti e accettati, gestiti e favoriti in primo luogo dallo Stato, che ha aiutato negli anni, avallando le principali riforme della Scuola degli ultimi anni (Berlusconi-Gelmini 2008 e Renzi-Giannini 2015), questa transizione verso un sistema di collaborazione pubblico-privato. Per non parlare dell’ormai conosciuta e accettata Alternanza Scuola-Lavoro (più correttamente e “tecnicamente” chiamata “Competenze trasversali e per l’orientamento”).

Come si pongono invece le Università in questo grande progetto di dilaniamento nazionale del sistema di Istruzione e Ricerca?

Partiamo dal principale presupposto: la cosiddetta “autonomia universitaria”. Dagli anni Novanta, tornando subito al punto di partenza della privatizzazione della nazione, le università hanno ottenuto larghissime autonomie: in ambito di didattica, di amministrazione delle proprie finanze, di organizzazione interna. Queste libertà sono elogiate e difese assiduamente dalle università e dai professori e intese come un vanto, una grande conquista della classe accademica italiana. Un’autonomia però non assoluta, che rende ancora necessario l’intervento (principalmente economico) dello Stato e delle Regioni verso questi enti universitari. Sono interventi reputati sempre insufficienti, molto minori delle necessità di ogni singolo ateneo e dell’Istruzione generale.

E allora l’Università, forte della sua autonomia, si rivolge al grande privato, pronto ad accoglierla per sostentare le sue necessità. Ma il privato, si sa, non fa nulla per niente: esso si rende intelligentemente conto (forse più dello Stato stesso) che gli studenti universitari, lungi da essere “choosy” come li accusava Elsa Fornero nel 2012, sono la base principale (se non unica) della futura classe dirigente italiana. A proposito del privato, abbiamo già affrontato in un altro nostro articolo come esso sia in grado di divorare il nostro Paese.

L’Università, forte della sua autonomia, si rivolge al grande privato, pronto ad accoglierla per sostentare le sue necessità. Ma il privato, si sa, non fa nulla per niente.

Questi rapporti che l’Università intrattiene con gli enti privati non sono però semplici legami di mutuo interesse che un ateneo stringe nel suo territorio di competenza, sono invece delle vere e proprie partnership economiche e didattiche, che coinvolgono banche (utilizzate dalle università come tesorerie, ma che logicamente legano il proprio profitto in parte anche agli studenti stessi, con borse di studio, prestiti d’onore e carte prepagate), aziende nazionali e multinazionali (che inseriscono i loro rappresentanti nei Consigli di Amministrazione delle stesse università). Alcuni singoli atenei sviluppano anche rapporti di “aiuto reciproco” e mobilità internazionale dei propri accademici con altre università, creando network elitari e ben selezionati, valicando quindi il tessuto prettamente nazionale.

In una visione semplicistica, questi rapporti potrebbero essere anche visti come normali e utili, un circolo virtuoso nel quale un ateneo si rapporta con le istituzioni pubbliche e private per lo sviluppo economico di tutta la comunità. Rapporti che potrebbero essere confermati dalla continua profusione di risultati di ranking e competizioni internazionali nei quali le nostre università vengono continuamente premiate, poste quasi sullo stesso piedistallo dei più prestigiosi atenei anglosassoni, da cui si vogliono anche mutuare diverse pratiche.

Queste scalate nelle classifiche interessano solo alcuni specifici atenei italiani, localizzati nella maggior parte dei casi nel Nord del Paese.

I problemi che nel 1861 non sono stati risolti, tra cui l’atavica “questione meridionale”, si riverberano e si amplificano tutt’oggi, rendendo palese come questi premi e queste scalate nelle classifiche interessano solo alcuni specifici atenei italiani, localizzati nella maggior parte dei casi nel Nord del Paese. Questo porta a una desertificazione sociale di tutto il meridione, dove le università rimangono come solitarie cattedrali nel deserto, con gli studenti che continuano la tradizione dello spostarsi a nord per cercare di costruirsi un futuro, stretti in piccoli appartamenti e affrontando un costo della vita molto maggiore di quello che avrebbero avuto nelle loro città di provenienza. Non possiamo escludere che la situazione sia destinata a peggiorare, non solo per il continuo intervento del privato nelle Università, che rischia quindi di essere sempre più succube di scelte privatiste, ma anche per un ulteriore e grave sfilacciamento del tessuto universitario nazionale, con differenze sempre maggiori tra un ateneo e un altro . Ne è un esempio la scelta della Sicilia di stanziare dei fondi per gli studenti che torneranno nell’isola a studiare, cambiando università.

Alcuni, soprattutto quelli più grandi, saranno in grado di affrontare il minor afflusso di introiti. Gli altri no.

Siamo dunque giunti al perno della questione: l’autonomia di ogni ateneo porta inevitabilmente a una diversificazione degli stessi, dove alcuni, più grandi, più rinomati e prestigiosi, solitamente concentrati a Nord, riusciranno ad assorbire il drastico calo di studenti universitari del prossimo anno. Ma non solo: nel frattempo che sono state varate dal Governo scontistiche sulle tasse universitarie. Esse sono utilissime e auspicate da anni, ma se uguali per tutti gli atenei è più che palese che alcuni, soprattutto quelli più grandi, saranno in grado di affrontare il minor afflusso di introiti.

Se guardiamo alle ultime novità dal Governo, oltre ai fondi stanziati dal Ministero dell’Università e della Ricerca, il documento politico ed economico più importante che è uscito fino ad oggi è il cosiddetto “Piano Colao”, ovvero le iniziative per il rilancio “Italia 2020-2022” . Poco più di un centinaio di schede di lavoro che analizzano la situazione attuale, riscontrano le problematiche e propongono spunti di lavoro. Senza addentrarci troppo nel tema, che meriterà una più approfondita riflessione, vediamo come le schede riguardanti l’Istruzione e il comparto universitario propongano soluzioni che Peppe De Cristofaro di Sinistra Italiana ha definito su il Manifesto «liberiste che erano già vecchie trent’anni fa». Prendendo ad esempio la scheda 76 possiamo leggere alcune delle proposte per fare in modo che i singoli atenei diventino dei poli di eccellenza nazionali, confermando questa visione “meritocratica”:

  • “Vengono premiate solo quelle strutture (o quegli atenei, se piccoli o mono-disciplinari) che raggiungono risultati eccellenti nelle funzioni prescelte, anziché risultati medi in tutte le funzioni”
  • “Si favorisce in tal modo una differenziazione interna a ciascun grande ateneo multidisciplinare per quanto riguarda l’intensità e la qualità della ricerca, contribuendo a superare la frammentazione della migliore ricerca che contraddistingue il sistema universitario italiano, a garantire che maggiori risorse vengano allocate nel modo più efficiente, e a creare veri poli di eccellenza scientifica competitivi a livello internazionale”

La possibilità che questa crisi venga strumentalizzata per dare l’ultimo colpo di grazia al sistema pubblico universitario è possibile.

Lanciarsi in previsioni sul futuro degli atenei italiani è in questo momento azzardato, ci sono molte nubi all’orizzonte e la possibilità che questa crisi venga strumentalizzata per dare l’ultimo colpo di grazia al sistema pubblico universitario è possibile. D’altronde non si è fatto altro che costruire questa transizione e modellare l’opinione pubblica affinché trovasse gradevole questo passaggio. Il Ministro dell’Università e della Ricerca Manfredi ha esposto le sue posizioni in diversi momenti durante tutto il periodo di quarantena (approfondimenti qui e poi qui ), rimanendo molto vago nelle promesse e aleatorio nella direzione futura dell’Università. L’unica cosa che ci consola, e che ci fa sperare in un cambio di rotta imposto, è la massa di studenti universitari, abbandonati e disorientati, i quali dopo molti anni di silenzio e passiva accettazione della loro condizione stanno cominciando a riscoprire la funzione sociale dell’Università e dei suoi componenti, che non è solo composta di esami e lauree, ma di un corpus sociale unito da Nord a Sud.

Sarebbe utile che la riflessione di ognuno di noi e delle organizzazioni politiche legate al mondo dell’Istruzione sia strutturata e pronta a rispondere criticamente e strutturalmente alle “improrogabili necessità” che gli verranno richieste dallo Stato, quando sotto la bandiera del “salvare il futuro dei nostri giovani intellettuali” verranno compiuti gli ennesimi tagli e le nuove privatizzazioni, nel solco ideologico di una falsa meritocrazia.