I giovani e le donne sono le prime vittime della crisi post-covid

In un intervento su Repubblica, il direttore centrale dell’Istat, Laura Sabbadini, scrive: “Quanto ai giovani tra i 25 e i 34 anni, la situazione appare veramente drammatica. Alla vigilia del Covid dovevano ancora recuperare 8 punti percentuali rispetto ai tassi di occupazione del 2008. E ora ne hanno persi altri 2 in due mesi. I giovani di 25-34 anni sono sempre di meno tra gli occupati, solo il 17 per cento“. Di questo 17%, quanti hanno un contratto a tempo indeterminato? Pochi, pochissimi.

Durante la crisi da covid abbiamo osservato la saturazione del dibattito pubblico su quanti soldi sarebbero serviti e a chi lo Stato avrebbe dovuto destinarli. Abbiamo visto quanto peso hanno avuto i giovani in questa fase, pressoché nullo, mentre dalla parte dei grandi gruppi industriali ci si è affannati a chiedere miliardi di denaro con la garanzia statale (6 miliardi a Fca tanto per fare un esempio, di cui ne abbiamo parlato qui).

In un Paese dove gli avvoltoi non mancano mai (dove gli industriali stanno divorando il Paese), i giovani e le donne rimangono indietro, lasciati in un angolo a chiedere almeno le briciole. La disparità dei trattamenti riservati alle donne, non solo nel mondo del lavoro, è sotto gli occhi di tutti, ma molti fanno finta di vedere e fanno come gli struzzi, mentre gli avvoltoi ruotano in cerca di prede facili da spolpare.

Questo autolesionismo di un paese che non ha futuro se non pensa al futuro.

Ernico Mentana, giornalista

In questi giorni nessun esponente politico o economico (al di fuori di qualche esponente sindacale) ha fatto il minimo accenno a questo squilibrio incivile, a questa ingiustizia scellerata. Come ha scritto Enrico Mentana «a questo autolesionismo di un paese che non ha futuro se non pensa al futuro».

La situazione rischia di degenerare in una ulteriore frammentazione del tessuto sociale, in un Paese dove non esiste traccia della solidarietà intergenerazionale, dove nessuno si sognerebbe mai di rinunciare a qualche euro in favore delle classi sociali più deboli e a favore delle generazioni e categorie più svantaggiate. Provate a chiedere ai grossi gruppi industriali di rinunciare – anche solo temporaneamente – ai loro dividendi per rimettere in carreggiata quei giovani, quotidianamente saccheggiati dall’egoismo dei più ricchi. Quale sarebbe la risposta?

i giovani e le classi meno abbienti sono le più numerose, ma contano meno, sempre meno.

Se da una parte possiamo comprendere le ragioni (e soprattutto i torti) di chi non vuole spartire la torta con nessuno, dall’altra ancora non possiamo capire il motivo che ostacola una presa di posizione forte dei giovani, studenti, lavoratori e disoccupati. Non riusciamo a comprendere cosa ferma la rivolta di piazza, anche non-violenta – che negli Usa ha affiancato quella contro il razzismo – per dettare con la forza della ragione e dei numeri l’agenda politica di questo Paese. Sì, perché i giovani e le classi meno abbienti sono le più numerose, ma contano meno, sempre meno.