Il limbo dei nostri giorni

I latini dicevano mala tempora currunt e di questi tempi riconosciamo lucidamente quell’espressione troppo spesso abusata. Sono ormai decenni che popoli di tutto il mondo avvertono il peso dell’incertezza di tempi oscuri, il dramma di un futuro incerto, stretti nella condizione perenne di insicurezza, ma prima di oggi solo le nostre donne e i nostri uomini più anziani possono ricordare tempi davvero bui simili a questo. Non siamo in una condizione di estremo bisogno, né in una condizione di serenità: ci troviamo piuttosto sospesi – per ora – in una sorta di limbo, che Dante descriveva come il “lembo” (da qui la parola limbo), l’orlo estremo prima dell’inferno dove attendevano le anime che non si potevano salvare.

Proprio in quel girovagare di anime non-salve si possono trovare le simmetrie più evidenti della nostra condizione attuale, non soltanto di popolo italiano, ma di tutti i popoli del mondo.

In questo periodo, più che in altri, siamo in attesa che ci giunga all’orecchio qualche buona notizia, qualcosa o qualcuno che ci sussurri che il pericolo è passato e che non c’è più nulla da temere. Ma i giorni passano e quella voce tarda ad arrivare. Così tutte le incertezze accumulate in decenni, da numerose generazioni prima della nostra, tornano a galla come se fossero state latenti dentro ognuno di noi e cominciano ad emergere da gorgoglìo di un fango depositato in fondo all’acqua trasparente. E così l’acqua diventa tanto torbida da non poter vedere il fondo. Non potranno comprendere coloro che vivono con lo stipendio garantito (almeno per ora), né coloro che godono di privilegi dati da una condizione economica e sociale favorevole. Possono percepire lo stato d’animo del torbido solo una parte (ma la maggioranza) di tutte le società del mondo. In maniera ancora più diretta possiamo dire che la maggioranza delle persone comincia ad aver paura.

Si pone ora il problema di prevedere come usciremo dal limbo, immaginando quale possa essere la condizione là fuori, se scivoleremo inesorabilmente nelle fiamme del caos (e dell’isteria di massa) oppure se risaliremo la scala della ragione, immaginando un ordine diverso delle cose. Perché il virus, per quanto rappresenti un pericolo immediato, rimane tale e come tale lo possiamo sconfiggere, ma tutto ciò che va oltre il problema sanitario non è di facile soluzione. Ho già parlato del Secondo Virus in un precedente articolo. La crisi economica esplosa nel 2007, che pensavamo fosse terminata, in realtà ha continuato i suoi effetti come tizzoni ardenti sotto al carbone apparentemente spento e questa pandemia non ha fatto altro che soffiarci su e rinfocolare la fiamma. Tanto che quella crisi apparirà forse come un’inezia rispetto alla condizione sociale ed economica che saremo obbligati a gestire, in un modo o nell’altro. Saremo chiamati a scegliere, per dirla come Antonio Gramsci, tra il «gettare le basi di ordine nuovo […] verso forme più alte di produzione e di convivenza»(L’ordine nuovo, 13 settembre 1919), oppure tra il perpetuare gli errori che hanno portato a cicliche e sempre peggiori crisi dell’intera società.