Il secondo virus

«In mezzo allo stordimento generale, all’indifferenza per gli altri, nata dal continuo temer per sé, ci furono degli animi sempre desti alla carità [ma], purtroppo, non manca mai un aumento, e d’ordinario ben più generale, di perversità».

Alessandro Manzoni, Promessi Sposi

Duecento anni dopo i fatti realmente accaduti, Manzoni descrisse la peste nei suoi Promessi Sposi e oltre ad essere un passo ormai “di moda” – assieme ai romanzi di Camus – in questi giorni terribili, è un permesso a fare noi altrettanto, parlando di quel testo duecento anni più tardi.

Così rileggendo quei passi studiati e ripetuti controvoglia alle scuole, ci accorgiamo della loro estrema attualità, non solo e non tanto per l’accostamento al grave problema del virus che uccide in silenzio, ma anche e soprattutto alle conseguenze sociali che questo sta comportando e comporterà. Quel «continuo temer per sé» è ormai il secondo, se non primo, virus letale che atavicamente condiziona i nostri comportamenti sin dalle origini della nostra specie – una specie animale come tante altre – che non ha mai saputo (sempre che si possa mai) mettere un freno inibitorio alle pulsioni bestiali dell’angoscia e della paura. E così le lunghe code ai supermercati, gli assalti ai treni per sfuggire al nemico invisibile, la corsa ad accaparrarsi mascherine e gel disinfettante a volontà. Badate non è questo un comportamento incomprensibile, anzi: esso è talmente comprensibile da non poterci distogliere dal pensare e immaginare il domani.

È la manzoniana «perversità» che dovrà spaventarci fra qualche tempo, quando il virus cattivo cesserà la sua corsa e il suo dispotismo per far posto ad un altro dispotismo ben più pericoloso e duraturo: la malvagità dell’individuo in assenza di comunità. Proprio quell’«indifferenza per gli altri» che caratterizza gran parte del nostro modello di società (quella libertà di iniziativa che esalta il denaro a scapito delle persone in carne ed ossa) che si è trasformata ormai in cannibalismo sul perfetto stile hobbesiano Homo homini lupus. E di questi tempi siamo fin troppo abituati a starcene da soli in «continuo temer per sé», tanto che quel briciolo di comunità sopravvissuta all’individualismo è in forte pericolo. In tempi di forti crisi col loro scorrere ciclico nella storia, che ne è testimone indiscussa, l’individualismo porta con sé tutta la cattiveria dell’animo umano, alla quale può porre fine solo un’organizzazione nuova di società e un nuovo senso di comunità. Avremo modo di augurarci non un semplice Stato (i decreti che restringono le libertà individuali li sanno scrivere in molti) ma uno Stato che sia comunità, che sappia in modo illuminante porre freno alle pulsioni animali che si auto-generano nei giorni della paura e dell’angoscia, che sappia rimettere a centro il senso profondo della solidarietà. Uno stato che ponga in antitesi alla semplice “libertà di iniziativa” quella del diritto alla comunità, dove ogni libertà finisce quando comincia quella del prossimo e dove al profitto si anteponga il valore del pubblico. Solo se sapremo comprendere questo anche «in mezzo allo stordimento generale» non avremo buttato via tutti quei sacrifici che la nostra gente sta compiendo.