“Lavorare meno a parità di salario” è una proposta più attuale che mai

Lavorare tutti, lavorare meno: era il motto delle tentate rivoluzioni degli anni ’60 e ’70 e una delle ultime battaglie dell’allora Fausto Bertinotti, segretario di Rifondazione Comunista degli anni ’90. Nonostante il tramonto di quelle stagioni politiche, non sono di certo tramontate le richieste e le proposte all’interno del mondo del lavoro. L’attuale presidente dell’INPS, Pasquale Tridico, non più di qualche mese fa rispolverò il vecchio motto “rivoluzionario” affermando che la riduzione dell’orario di lavoro, a parità di salario, è una leva per redistribuire ricchezza e per aumentare l’occupazione. Lavorare meno a parità di salario. È qui il punto, a parità di salario. L’equazione è semplice: invece di lavorare 8 ore potremmo lavorarne 4 e le rimanenti essere occupate da un altro lavoratore, a parità di salario, cioè lo stesso stipendio che prima prendeva un solo lavoratore, successivamente lo percepirebbero in due.

Differenze tra piccole e grandi imprese

Sto semplificando, è vero. Ma cominciamo intanto a fare un distinguo tra piccole e grandi imprese. Sono queste ultime che mantengono alte le potenzialità di investimento nel settore dell’automazione. Ed è su queste che dovremmo iniziare a concentrarci. Quando una grande industria investe in tecnologia e automazione lo fa per aumentare i profitti, non certo per redistribuirli o per creare nuova occupazione. Anzi, tendenzialmente vuole ridurre proprio l’occupazione, riducendo al minimo ogni tipo di rivendicazione. Infatti se ad esempio vent’anni fa un’azienda che produceva biciclette necessitava di 20 dipendenti, oggi grazie all’automazione, ne necessita solo di 10, ma il suo profitto non solo non diminuisce, ma addirittura aumenta. Cioè la produttività non si è ridotta, anzi è maggiore, e a subirne è l’occupazione.

la crisi ridurrà il numero di ore lavorate nel mondo del 6,7% nel secondo trimestre del 2020, equivalenti a 195 milioni di lavoratori a tempo pieno.

La proposta, che è molto più antica del giovane Tridico, dovrebbe essere presa in seria considerazione, non soltanto per ciò che concerne l’attuale crisi del Covid-19. Infatti secondo l’Organizzazione Internazione del Lavoro (OIL) si prevede che la crisi ridurrà il numero di ore lavorate nel mondo del 6,7% nel secondo trimestre del 2020, equivalenti a 195 milioni di lavoratori a tempo pieno. In alcuni settori sono circa 1,25 miliardi i lavoratori ad alto rischio. Una cifra spaventosa. Eppure non è questa la sola motivazione che deve spingerci a ragionare sulla proposta iniziale.

La tecnologia riduce il fabbisogno di manodopera umana

Un altro fattore importante (ed è il principale) è che la tecnologia e la robotizzazione delle industrie hanno ridotto drasticamente il fabbisogno di manodopera umana. La soluzione è semplicemente quella di offrire a più lavoratori le stesse ore di lavoro che prima erano affidate ad un numero inferiore di dipendenti, garantendo ad tutti proporzionalmente lo stesso salario. Non è un’idea da scartare e i dati europei parlano chiaro: in Italia un dipendente lavora mediamente 1723 ore all’anno, mentre in Germania 1356. I lavoratori tedeschi percepiscono forse un salario più basso di quello destinato mediamente agli italiani? Ovviamente no. Di contro, il tasso di disoccupazione italiana è oltre il 10%, in Germania poco sopra il 3%.

destinare sempre maggiori risorse per formare nuove generazioni di lavoratori specializzati

Lo Stato ha un ruolo

Se da una parte la tecnologia riduce il fabbisogno di manodopera, dall’altra aumenta le possibilità di nuova occupazione specializzata. Proprio di questa specializzazione deve farsene carico lo Stato, attraverso l’erogazione di più fondi alla ricerca, più promozione di attività contro l’abbandono scolastico, maggiori sovvenzioni alle università statali e agli studenti. L’Italia è il Paese europeo con il più alto tasso di skill mismatch (la differenza fra le competenze possedute e quelle richieste dal mercato) in Europa. Infatti su questo dovremmo preoccuparcene il prima possibile e destinare sempre maggiori risorse per formare nuove generazioni di lavoratori specializzati. E poi, visto che ci siamo, facciamo anche in modo che non abbandonino il Paese.

Quindi è facile pensare che a tale proposta qualcuno possa ribattere che è impossibile applicarla. Di certo non ci aspettiamo che un imprenditore come Jeff Bezos di Amazon redistribuisca i profitti e sia d’accordo con la proposta (quantomeno volontariamente). Ma siamo arrivati in un’epoca in cui questo salto è possibile farlo, né a scapito della produttività, né a scapito delle imprese. Siamo arrivati nel momento in cui è necessario tornare a parlare di riduzione dell’orario di lavoro, che i grandi ricchi lo vogliano o no.