Lo smart working e le galline felici

Le galline felici fanno uova più buone. Allo stesso modo un lavoratore più felice e meno stressato produrrà di più e meglio per l’impresa. Lo dice l’economista Jan-Emmanuel De Neve: «i dipendenti felici sono più produttivi del 13%, in quanto lavorano più velocemente, effettuano più chiamate all’ora e, soprattutto, convertono più chiamate in vendite». Lo smart working, cioè il lavoro agile e flessibile, renderebbe i dipendenti più felici.

Ci sono alcuni elementi che dobbiamo tenere in considerazione nel cosiddetto lavoro flessibile.

Gli elementi del lavoro flessibile

Il primo è sicuramente il luogo di lavoro, che può essere a distanza ovviamente e che incide notevolmente sulla qualità del lavoro stesso. L’ambiente di lavoro può essere perciò scelto dal dipendente/collaboratore, magari più vicino casa o addirittura proprio in casa.

Il secondo, quello degli strumenti utilizzati, per lo più avanzati e flessibili, che permettono il lavoro a distanza (computer, internet, software, social). Il lavoratore si trova perciò connesso virtualmente all’ufficio centrale attraverso l’utilizzo di tecnologie ormai alla portata di tutti (o quasi). La parola “smart” la troviamo anche dentro “smartphone”, non certo per caso.

Il terzo, quello delle regole organizzative, dove il lavoratore segue alcuni principi fissati a priori (orari e metodi) e lavora all’interno di obiettivi a breve, medio e lungo termine. In questa fase il lavoratore assume su di sé una parte della responsabilità aziendale, in cambio di meno tempo impiegato per gli spostamenti (pendolarismo) e quindi più tempo per sé. E’ utile pensare che questa leva possa cozzare con la precedente, ovvero la flessibilità che si richiede al lavoratore si scontra con il maggior tempo a disposizione per la vita sociale e familiare del dipendente.

Lo smartworking come il cottimo?

Se da una parte lo smart working è uno strumento utilissimo alla responsabilizzazione del dipendente e alla modernizzazione dei processi produttivi, nonché ad una riduzione dell’impatto ambientale dato dal pendolarismo e dall’uso di energia elettrica e riscaldamento di grandi plessi aziendali, dall’altra rischia di diventare un nuovo modello di “pseudo-cottimo”, dove la stessa responsabilizzazione raggiunta dal lavoratore diventa la giustificazione al lavoro ad alta produttività a vantaggio economico del solo datore di lavoro. Mentre il cottimo però presuppone una retribuzione in base al quantitativo di prodotto lavorato, lo smart working presuppone più prodotto lavorato a parità di salario.

Smartworking occasione per le imprese

Lo smartworking è sicuramente un’occasione per le imprese che vogliono risparmiare su alcuni costi (affitto, costi gestionali, benefit, rimborsi ecc..) e che vogliono aumentare la produttività. L’uso della tecnologia, infatti, non solo permette l’adozione dello smartworking, ma anche il risparmio di tempo che in ufficio verrebbe inevitabilmente usato per i rapporti sociali tra i colleghi. Meno chiacchiere insomma, più lavoro, più produzione, più profitto. Ricapitolando, più profitto per l’impresa – dato dai minor costi e spese a parità di salario – maggiore produttività – data dalla minore interazione sociale tra colleghi – e quindi altri profitti.

Un cambio di paradigma

Beninteso che il profitto, quale fine ultimo di ogni impresa, dalle micro alle grandi, non è da intendere in modo negativo dal punto di vista dei giusti e sacrosanti motivi di guadagnarsi il pane anche da parte dei datori di lavoro e di poterlo dunque garantire anche ai dipendenti. Ciò che più andrebbe sottolineato è il cambio di paradigma che lo smartworking inevitabilmente introduce nei rapporti tra lavoratore e datore, tra lavoratore e lavoratore e tra lavoratore e società (compreso il sindacato).

l’ufficio supera la condizione di solidità ed evapora, si frantuma in micro-particelle e diventa parte integrante del lavoratore stesso

Nell’ottica “smart” l’ufficio supera la condizione di solidità ed evapora, si frantuma in micro-particelle e diventa parte integrante del lavoratore stesso, il quale diventa l’ufficio di se medesimo e con esso organizza le proprie intere giornate. Si potrebbero aprire importanti e positive prospettive per il lavoratore, che ora potrebbe gestire una quantità di tempo maggiore, possibilmente dedicandone di più a tutto ciò che non è lavoro: questo potrebbe diminuire lo stress e quindi aumentare il benessere psico-fisico. Ma non sono tutte rose e fiori.

La bilancia delle responsabilità

Non sono più concessi ritardi: ti trovi in casa o vicino casa quindi non hai alcuna ragione per tardare; non sono concesse malattie: se sei a casa e stai male lavorerai ugualmente; non ci sono pause: la flessibilità richiesta permetterebbe di essere reperibili quasi in tutti i momenti della giornata.

Se è vero che la bilancia della responsabilità viene spostata un po’ di più verso il dipendente, sarà dunque anche vero che il dipendente dovrà attenersi ad alcuni precetti di adattabilità che fino a ieri erano solo ed esclusivamente addossati ai datori di lavoro: il buon titolare di una piccola impresa non chiede la malattia e nonostante il mal di schiena andrà al lavoro e aprirà bottega. Anche il lavoratore dipendente chiederà meno malattie poiché potrà svolgere il suo lavoro direttamente da casa (salvi i casi di condizioni di salute serie).

Una maggiore distribuzione della responsabilità, che non è certo un concetto stigmatizzabile, non viene però accompagnata da una redistribuzione dei maggiori profitti ricavati. Se una maggiore responsabilità per il singolo lavoratore produce maggior consapevolezza e cura di un interesse più grande del proprio – e questo è certamente educativo ai fini della buona convivenza civile non solo nei posti di lavoro ma anche in generale in tutta la società – di certo questo non combacia quasi mai con un maggior guadagno economico da parte del lavoratore stesso. Ciò che potrebbe guadagnare il lavoratore sarebbe una vita meno stressata (cosa non di poco conto), ma niente di più.

Il condizionale è sempre d’obbligo, poiché in Italia oltre il 20% degli intervistati dichiara di lavorare anche 15 ore in più alla settimana: il cosiddetto worklife balance potrebbe essere messo facilmente in discussione nella pratica dello smart working, proprio per le condizioni di alta flessibilità del lavoratore.

Ti regalo la mia flessibilità, tu riconoscimi una vita più appagante.

In questo quadro sarebbe bene stabilire un concetto apparentemente banale: il lavoratore deve poter bilanciare la propria flessibilità offerta (quindi una più alta produttività) con migliori condizioni nel rapporto tra salario e tempo di lavoro impiegato, entro i limiti di una vita sociale realmente appagante e meno stressante. In poche parole: ti regalo la mia flessibilità, tu riconoscimi una vita più appagante.

Le imprese dovrebbero sapere che galline più felici fanno uova più buone, ma la differenza tra un lavoratore e una gallina è però che la vita non è soltanto produrre uova migliori e in più quantità, ma godere del tempo che la tecnologia ha liberato e generato. Se si pongono i recinti entro i quali stabilire i confini tra flessibilità e sfruttamento, allora la tecnologia e i nuovi modelli di produzione possono produrre benefici sia per le imprese che per i lavoratori.