Perché la disoccupazione giovanile è sempre così alta

Negli anni i mass media hanno imposto all’interno del dibattito pubblico tutta una serie di parole, spesso neologismi, utilizzate spesso in ambienti finanziari o governativi, e mutuati dai giornali e dalle televisioni per spiegare al pubblico i processi economici internazionali, spesso però senza addentrarsi nel vero significato di questi termini, semplificandoli per l’ascoltatore medio. Chiunque ha sentito e spesso utilizzato – anche impropriamente – parole come “spread”, “recovery fund” o “austerity”.

Il mismatch è una parola che racchiude dentro di sé un grave problema italiano, e che quindi dovrebbe interessarci tanto quanto i recovery fund europei o le giustificazioni durante un periodo di austerity da parte di un governo

Un termine che al contrario non è ancora entrato all’interno del dibattito pubblico, non solo per il suo eventuale utilizzo ripetitivo o generico, ma soprattutto per il suo significato, è il “mismatch”. Il termine tradotto significa “mancata corrispondenza” o “mancato allineamento”. Una parola che racchiude dentro di sé un grave problema italiano, e che quindi dovrebbe interessarci tanto quanto i recovery fund europei o le giustificazioni durante un periodo di austerity da parte di un governo. Abbiamo affrontato alcuni dei tanti problemi che affliggono il mondo dell’università, come il fatto che stanno distruggendo l’università statale. Vogliamo cercare di capire, numeri alla mano, perché la disoccupazione giovanile è sempre così alta.

Se facendo delle brevi ricerche online è molto più semplice imbattersi in articoli che parlano del mismatch tra i colori di una scarpa e i suoi lacci, o la mancata corrispondenza tra le volontà di consumo e i prodotti disponibili sul mercato, la finanza italiana rappresentata da Confindustria ha cominciato ad utilizzare il termine da poco tempo per ferirsi alla mancata corrispondenza tra i titoli di studio dei giovani studenti italiani e il loro “assorbimento” nel mercato del lavoro nazionale. Questo ci porta ad altre due parole anglofone: l’“overqualification” e il suo corrispettivo, l’“underqualification”, problemi che in parte possono essere risolti con l’ultima parola di questa carrellata di termini, l’“upskilling” delle competenze del giovane diplomato o laureato.

L’under- e la over- qualification avvengono perché gli studenti italiani non hanno mai studiato né sviluppato all’interno dei loro percorsi scolastici o universitari le competenze necessarie per inserirsi nel mondo del lavoro

Cercando di rendere in italiano tutte queste espressioni, per riportarle a situazioni ben conosciute da tutti e definire quindi una problematica sicuramente nuova, ma che non è spuntata dal nulla, l’under- e la over- qualification avvengono perché gli studenti italiani non hanno mai studiato né sviluppato all’interno dei loro percorsi scolastici o universitari le competenze necessarie per inserirsi nel mondo del lavoro. Non sono infatti qualificati per un certo tipo di mansioni, ormai richieste non più solo all’operaio specializzato sopra i 35 anni, ma anche e soprattutto al giovane diplomato dell’Istituto Professionale di diciannove anni, o peggio ancora sono estremamente competenti in alcuni campi (spesso avendo continuato gli studi a livello universitario e post-universitario), ma non sono disponibili posti di lavoro per quel tipo di qualificazione, magari perché non esiste in Italia un’industria legata al settore di studio del neolaureato. In entrambi i casi i diplomati o laureati vivono una situazione di disagio economico e psicologico: non vengono assunti, o il loro lavoro è sottopagato e sotto qualificato rispetto alle loro competenze. In un circolo vizioso peggiorativo, questi studenti non riusciranno a sviluppare nessuna competenza specifica se non avranno la possibilità di specializzarsi in quel tipo di mansione necessaria, facendo rabbrividire tutti quelli che sono ormai tristemente abituati a scartare le offerte di lavoro dove “è richiesta esperienza professionale di almeno due-tre-cinque anni”.

L’Alternanza Scuola Lavoro è stata introdotta in maniera massiccia con la Riforma della “Buona Scuola” del 2015, sotto il governo Renzi, nell’ottica dell’aziendalizzazione dell’Istruzione pubblica

Le aziende che possono permettersi di istruire i propri giovani assunti praticano l’upskilling, la formazione della risorsa. In questa prima parte dell’articolo non ci soffermeremo su altre pratiche collegate, come l’alternanza scuola-lavoro, utilizzata dalle aziende per anticipare e in parte eliminare la necessità di praticare una formazione. Non è un caso se l’Alternanza Scuola Lavoro (ASL) sia stata introdotta in maniera massiccia con la Riforma della “Buona Scuola” del 2015, sotto il governo Renzi, nell’ottica dell’aziendalizzazione dell’Istruzione pubblica, un processo che sta continuando tutt’ora. Altre modalità per cercare di eludere in parte il problema sono le nuove “lauree professionalizzanti”, percorsi di brevi lauree uniti a lunghe esperienze di stage nelle aziende per formare lavoratori specializzati in settori in cui il mismatch è più profondo, come il settore metalmeccanico e dell’edilizia.

L’Italia, insieme a molti altri primati negativi, è uno dei paesi dell’area OCSE tra i più alti livelli di mismatch (dati 2016), dove gli studenti, partendo dagli Istituti Tecnici e Professionali, ma anche gli studenti laureati di ogni settore, hanno sempre maggiori difficoltà ad essere assorbiti in maniera corretta e senza dover sottostare a periodi di apprendistato, dove tante volte lo sfruttamento e la paga irrisoria prolungata vengono giustificate con le spese per la formazione della risorsa aziendale, o a ingrossare le file dell’altissima disoccupazione giovanile (oggi al 20% , ma con un tasso molto variabile ogni mese, per via dei contratti precari e a tempo determinato), per non parlare dei NEET (i ragazzi tra i 15 e i 29 anni che non studiano e non lavorano, nel 2018 il 25%).

Nel mese di aprile 2020 Unioncamere‐ANPAL, Sistema Informativo Excelsior ha pubblicato i dati delle osservazioni annuali relative al 2019 per gli studenti diplomati negli Istituti Professionali, all’interno del documento “Diplomati e lavoro. Gli sbocchi professionali dei diplomati nelle imprese, Indagine 2019”: questo documento, così come tutti i successivi, scontano il fatto di non considerare l’impatto devastante che la pandemia da Sars-Cov-2 avrebbe interessato l’anno successivo tutte le professioni, dunque i dati vanno analizzati in senso assoluto. Commenteremo tra un anno i documenti che Excelsior pubblicherà, che rispecchieranno i cambiamenti economici, ma che sappiamo già non miglioreranno la situazione attuale: non è con la didattica online che si cambia il paradigma.

I giovani in età lavorativa incapaci di svolgere una mansione o una professione sono mezzo milione di neodiplomati nel solo 2019

Nel presente documento sono analizzate anche le cosiddette “professioni introvabili”: i giovani in età lavorativa incapaci di svolgere una mansione o una professione sono il 27% dei neodiplomati totali italiani (più di mezzo milione di neodiplomati solo per il 2019), costituendo un trend in crescita quasi esponenziale: nel 2018 erano il 26% (ecco i dati), più di 400mila, il 20% nel 2017, il 12% nel 2016, il 10% sia per il 2015 che per il 2014. Tutti questi studenti diplomati sono difficili da assumere, per due motivazioni principali, tornando ai dati 2019: il 47% di loro sono troppo pochi, vengono subito assunti dalle prime imprese e creano un gap di offerta, il 42% invece sono sotto qualificati per questi lavori (che per la cronaca sono principalmente di ambito metalmeccanico e del tessile e abbigliamento), costituendo il gap di competenze. A tutti gli studenti degli Istituti Professionali, indipendentemente dal grado di difficoltà di reperimento, vengono comunque richieste ulteriori competenze oltre a quelle imparate (o non imparate) a scuola: le famose “soft skills”, o metacompetenze o competenze trasversali. Tutte queste competenze di adattamento della persona all’ambiente che lo circonda sono molto apprezzate e sicuramente conosciute da tutti i lettori, essendo diventate negli anni onnipresenti all’interno dei provi curricula, dove ogni tratto personale sembra essere diventato soft skill, per cercare di presentarsi con qualcosa di più oltre a quello che si è studiato e delle competenze lavorative pregresse. All’aumentare del titolo di studio, queste competenze trasversali sono via via più richieste.

All’interno del volume “Il lavoro dopo gli studi. La domanda di laureati, diplomati e formazione professionale, Indagine 2019”, prodotto sempre dal sistema Excelsior, sono analizzati anche i laureati italiani. In questo frangente il mismatch è ancora maggiore: in una situazione dove il numero di laureati che sarebbero stati assunti nel 2019 era il 13% del totale delle nuove assunzioni nazionali (quasi 600 mila posti di lavoro), il gap di offerta (nel caso dei neolaureati, a differenza dei neodiplomati) si alza fino al 54%, mentre si abbassa quello relativo all’istruzione, che per i laureati è del 38%. Solo nel 2019 più di 200mila studenti laureati sono di “difficile reperimento”, il 28,5% dei laureati dell’anno. Non sorprende dunque che anche qui si riscontri lo stesso trend in crescita come con i diplomati: siamo passati dal 2014 dove le professioni introvabili erano al 20% (ecco i dati), nel 2015 al 22% (dati), nel 2016 al 23% (qui i numeri), aumentando sempre di più dal 2017 con il 23,9% (qui) e il 28,2% nel 2018 (idem).

Ci troviamo dunque davanti a due mondi dell’Istruzione molto distanti tra loro: da un lato gli studenti degli Istituti Professionali, notoriamente improntati su una formazione pratica, ma che sono molto sotto qualificati, svelando quindi una formazione scolastica e manuale insufficiente, che l’Alternanza Scuola Lavoro ha malamente tentato di migliorare, senza dare frutti. Dall’altra parte gli studenti universitari laureati, che al contrario sono molto più formati ma che non riescono a inserirsi in un mondo del lavoro che non ha ancora sviluppato le industrie per mettere a frutto le competenze sviluppate da questi laureati.

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