Perché le grandi imprese divoreranno il nostro Paese

«Ho chiamato Enel, chiusi oggi 1 milione e 100 mila euro», così dice entusiasta nel suo video motivatore Urbano Cairo, proprietario tra gli altri del Corriere della Sera, dove poco tempo fa si è deciso di mandare in pre-pensionamento 50 giornalisti perché gli affari non andavano come si sarebbe sperato. D’altronde nel 2019 i profitti sono stati solo (si fa per dire) 68 milioni di euro (fonte Il Fatto Quotidiano). Sono proprio i giornalisti del Corriere che attaccano il loro editore (Cairo per l’appunto) scrivendo un comunicato, pubblicato sulle pagine dello stesso quotidiano, in cui denunciano «il nostro editore ha deciso di proporre anche per quest’anno la distribuzione di un dividendo, per un esborso complessivo di oltre 15 milioni di euro. Riteniamo legittima la remunerazione del capitale di rischio, ma ci sono momenti in cui è necessario saperci rinunciare per il bene dell’azienda». Quindi i soldi ci sono sì, ma solo per gli azionisti: i lavoratori (giornalisti in questo caso) se ne vanno in pensione a spese dello Stato.

invece di investire in azienda si preferisce dividersi il bottino

Le grandi imprese chiedono più soldi

Sembra quasi di rivedere in scena lo stesso teatrino della classe imprenditoriale di questo Paese: lo Stato è una stampella nelle mani della grande industria, l’unico vero motore del Paese. Se la mano pubblica aiuta le grandi imprese allora ben venga, se distribuisce ai lavoratori, alle famiglie e alle piccole imprese (artigiani e autonomi) allora è assistenzialista e canaglia. I capitalisti nostrani, molto spesso sovvenzionati profumatamente dal portafoglio statale, sembra non abbiano assolutamente compreso la portata storica di questa fase. Le grandi ricchezze accumulate non si vogliono perdere e non solo si mettono in campo tutte le strategie per racimolare qualche altra “monetina” (Cairo, ad emergenza Covid appena iniziata, chiede al Ministero del Lavoro di poter mandare in pre-pensionamento 50 giornalisti), ma invece di investire in azienda si preferisce dividersi il bottino, incassarlo e metterlo al sicuro.

L’attacco di Confindustria ai lavoratori e al Governo

Il duro attacco al mondo del lavoro arriva puntualissimo del neo-presidente di Confidustria Carlo Bonomi che prevede una «stagione di sacrifici per tutti». Bonomi ha criticato fermamente l’idea del denaro messo direttamente nelle tasche dei lavoratori e ha affermato al proprio al Corriere della Sera che «la risposta del governo alla crisi si esaurisce in una distribuzione di danaro a pioggia».

Carlo Bonomi, presidente di Confindustria

Bonomi chiede più incentivi alle imprese e meno assistenzialismo. Poi aggiunge «Quando sento chiedere aumenti contrattuali, per esempio nell’alimentare, significa che a molti la situazione non è chiara». Traducendo: ben venga lo Stato se paga le imprese, ma stia al suo posto che i lavoratori li trattiamo come meglio crediamo noi (imprese). E guai all’idea di nazionalizzare qualcosa!

privatizzare i profitti e socializzare le perdite

Il meccanismo è rodato: privatizzare i profitti e socializzare le perdite. Nulla di più irresponsabile in questa fase. La via sarà quella già sperimentata in passato, cioè per i lavoratori di scegliere il lavoro oppure i diritti. Chissà se arrivi, prima o poi, la stagione della responsabilità e delle scelte difficili anche per i grandi imprenditori di questo Paese. Per ora rimane l’ipotesi, ci auguriamo più lontana possibile, che anche questa volta le grandi imprese divoreranno un’altra fetta della ricchezza.

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